Blog 10 Watt Location Milano

Andrea Notarnicola 10 Watt Location Milano

ANDREA NOTARNICOLA PARTNER DI NEWTON SPA IL SOLE 24 ORE

Andrea Notarnicola è un sociologo del lavoro, consulente di direzione per la comunicazione integrata nelle imprese e formatore. Partner di Newton Spa Il Sole 24 Ore e autore di numerosi volumi sulla gestione di impresa, ha da poco pubblicato “Global Inclusion. Le aziende che cambiano: strategie per innovare e competere”. In 10 Watt ospitiamo alcuni dei suoi corsi di formazione aziendale dedicati al management e noi, ascoltandolo, abbiamo appreso tante novità legate alla gestione delle aziende… grandi e piccole. Tutti possono far buon uso dei suoi preziosi principi per crescere e migliorare e, per questo, gli abbiamo chiesto di rispondere ad alcune domande.

1 – Il formatore ha un ruolo delicato perché trasferisce non solo le conoscenze, ma anche passione, entusiasmo ed emozioni. Come queste qualità permettono di trasmettere il “saper fare” e il “saper essere”?

In un’era di “social learning“, le persone, se motivate, possono facilmente accedere a informazioni e conoscenze disponibili in rete. La premessa è appunto la voglia di apprendere ad apprendere, riscoprendo il senso e il significato di un percorso di crescita personale. L’obiettivo della formazione in azienda è sempre più quello di mobilitare e ingaggiare i gruppi di lavoro in un percorso di miglioramento delle competenze e di crescita nella consapevolezza. In questo senso la passione e l’entusiasmo per il proprio lavoro o il proprio settore rappresentano ingredienti fondamentali della vita d’impresa, soprattutto dopo anni di crisi nei quali il famigerato “ringrazino di avere un lavoro” negli uffici delle direzioni si è ascoltato troppo spesso. Per il formatore condividere la passione per la scoperta di nuove prospettive è fondamentale, trasmettere entusiasmo è vitale.

2 – Ho notato che durante i suoi meeting in 10 Watt i discenti timidamente occupano il loro posto avendo come unico mezzo di comunicazione il cellulare. Poche ore dopo riesce a creare il gruppo, facendolo anche divertire. Che ruolo ha il formatore nel processo di aggregazione e come crea coesione tra chi non si conosce? E quanto è importante l’umorismo nel suo lavoro? (Ricordo ad esempio una sua battuta sull’hashtag foodporn).

L’umorismo e il sorriso facilitano l’integrazione dei gruppi e permettono alle persone di leggere in chiave positiva gli elementi di ambiguità di molte esperienze aziendali in contesti sempre più complessi. Anzi, possiamo dire che è proprio la capacità di gestire situazioni ambigue e complesse quella che più serve e fa la differenza nell’interpretazione di un ruolo organizzativo. Per questo ci proponiamo di integrare i gruppi, creare coesione, promuovere una intelligenza collettiva rispetto ad un tema. Il divertimento dovrebbe essere sempre educativo, e l’educazione dovrebbe essere sempre divertente: sono questi i principi che ci hanno ispirati dal 2001.

3 – Quali sono le differenze nell’approcciare un pubblico reale e uno virtuale che segue, ad esempio, un corso via Skype o via radio?

La differenza più evidente è la gestione del tempo. Sui media le curve dell’attenzione cambiano. Via Skype o via radio è quindi essenziale saper essere sintetici e immediati. Un pubblico dal vivo è immerso in una esperienza polisensoriale che può durare una, due o più giornate. In questo caso possiamo valorizzare l’opportunità di un programma di cui le persone sono protagoniste.

4 – Quando la vedo in 10 Watt ha quasi sempre una valigia in mano. In qualità di formatore, utilizza un approccio educativo differente in base al paese in cui si trova? Quale paese le ha insegnato di più dal punto di vista professionale?

L’approccio formativo rimane simile: abbiamo sviluppato infatti modelli inclusivi che ci permettono di intervenire in contesti globali in coerenza con l’identità della marca. Il paese “straniero” che più mi ha fatto crescere è senz’altro l’Italia. Dopo aver tenuto programmi di formazione in alcune aree del nostro paese, affrontare la Cina, gli Stati Uniti, i paesi dell’Est o l’Alto Nilo in Egitto è stato tutto sommato piuttosto semplice.

5 – Nel suo libro parla di Global Inclusion: cosa indica questo termine? Quali sono le strategie che ogni azienda dovrebbe adottare per innovare e competere? I mercati premiano le realtà più aperte?

Inclusione e innovazione sono il nuovo binomio per crescere. Come può comprendere un mercato internazionale e plurale un team di dirigenti, laureato nelle medesime università e discipline, uniforme nelle convinzioni e nello stile estroverso, che sia quasi tutto composto di italiani, quarantenni, maschi, eterosessuali, perfettamente abili? Un orientamento globale porta le migliori aziende a considerare le ragioni dell’inclusione come la nuova, fondamentale, leva competitiva. Un team di esperti, secondo le ricerche, è meno creativo di un team di inesperti ricco al suo interno di diversità. Se il successo di brand globali come Apple, Virgin, IBM è stato costruito da imprenditori dislessici, molte imprese competono liberando il talento nelle sue forme più originali e genuine. Sono i numeri a parlare chiaro: i mercati oggi premiano le aziende aperte che uniscono filosofia e prassi in una miscela sempre più omogenea di etica e di convenienza economica.

6 – Quali aziende hanno creduto per prime e sono state pioniere di questo nuovo approccio lavorativo? C’è un paese più avanzato di altri in termini di inclusività aziendale? Come si supera il groupthink?

In Italia imprese come IKEA, IBM, Microsoft, Barilla, Deutsch Bank, Telecom Italia, Johnson&Johnson, Clifford Chance, Citi, Consoft Sistemi, Lexellent, Lilly, Roche, Linklaters hanno scelto un approccio di inclusione globale, lavorando anche su temi molto difficili per il nostro paese. Le imprese americane sono senz’altro una guida nella gestione dei processi di inclusione. In queste organizzazioni si lavora molto sulla moltiplicazione delle prospettive e sulla diversità di pensiero: per superare il groupthink è necessario aiutare le persone e i gruppi a comprendere il valore delle differenze nella percezione di un tema o di un bisogno, oltre la retorica dell’allineamento aziendale.

7 – Quali caratteristiche deve avere il luogo che ospita corsi di formazione? Quanto un ambiente influenza le persone durante l’apprendimento e le attività di team building?

Un luogo che ospita corsi di formazione deve essere esattamente come 10 Watt, una casa, un luogo flessibile, accogliente, capace di diventare ora un palcoscenico, ora un laboratorio, ora una cucina, ora un set, ora un’aula, ora una sala dove cenare insieme con il fuoco acceso. L‘ambiente agisce in modo determinante sulla disponibilità delle persone all’apprendimento. Le imprese sono sempre più consapevoli del ruolo della location per un programma di formazione: per questo serve trovare ogni volta “il posto giusto”.

8 – Quale ruolo hanno i social media nella formazione e nell’apprendimento? Come immagina la formazione aziendale tra qualche anno?

social media sono il linguaggio contemporaneo e la formazione ha sempre bisogno di linguaggi efficaci per il suo lavoro. Immagino che in futuro saremo sempre più social e, nello stesso tempo, sempre più impegnati su un lavoro con le persone senza filtri intorno ai cosiddetti basics. Nell’evoluzione dei modelli di formazione abbiamo compreso in questi anni il ruolo dei fondamentali della gestione d’impresa. In molti casi tornare agli essenziali dell’apprendimento è indispensabile.

9 – Ho letto che sui paradossi di un mondo autorefenziale si è espresso anche in forma satirica attraverso i libri di Zzzoot, divenuti una trasmissione di successo di Radio24. Ci racconta questa esperienza condivisa con i radio ascoltatori?

La passione per la satira e la ricerca sull’uso di questo linguaggio nella formazione ci ha portati ad adottare questo approccio nelle imprese a partire dal 2001. Dopo molti anni di lavoro sul campo, abbiamo pensato di costruire una storia per il pubblico della radio, del giornale e per i lettori di libri del 24 Ore. E’ stata una delle esperienze più divertenti e interessanti di questi anni. Gli ascoltatori e i lettori pensavano che le storie di Zzzoot fossero sempre ispirate alla loro azienda. Da anni ripeto: “No, non siete solo voi a fare cose così strane… Le aziende, di settori molto diversi, alla fine sono molto uguali tra loro”. Il nostro in fondo voleva essere un lavoro di sociologia delle organizzazioni.